Uno dei più potenti agenti ossidanti prodotti dal nostro organismo è l’acido ipocloroso (in termini squisitamente tecnici l’HClO, il componente attivo delle cosiddette varechine). Sintetizzata generalmente a partire dall’acqua ossigenata (perossido di idrogeno) per azione catalitica dell’enzima mieloperossidasi, questa sostanza svolge un ruolo determinante nella difesa contro le infezioni batteriche ma, in carenza di difese antiossidanti può essere estremamente lesiva per le nostre stesse cellule.

Su queste basi, l’OXY-Adsorbent Test misura la capacità di un campione di plasma di opporsi ad un insulto ossidante massivo indotto “in vitro”, dunque in provetta, da una soluzione di acido ipocloroso. Utilizzando un opportuno indicatore (cromogeno) è possibile convertire, attraverso una misura fotometrica, la suddetta “capacità” in un numero. Contribuiscono a tamponare l’azione ossidante dell’acido ipocloroso la bilirubina, l’acido urico, le vitamine C ed E, l’albumina e, in generale, i complessi macromolecolari che fungono da shock adsorber nei confronti dei radicali liberi, quali le glicoproteine.

Nei soggetti sani l’OXY-Adsorbent Test assume un valore superiore a 350 mmoli/L. In pratica in condizioni normali 1 mL di plasma è in grado di “adsorbire” 350 micromoli di acido ipocloroso. Valori inferiori a 350 mmoli/L sono indicativi di una condizione di stress ossidativo da abbassamento delle difese antiossidanti. In questo caso, sarà compito del medico stabilire, attraverso l’inserimento dei risultati del test nel quadro clinico specifico di ciascun paziente, quale strategia è opportuno mettere in atto al fine di ricondurre nella norma eventuali valori anomali.

In linea di massima, valori inferiori al limite di normalità sopra indicato si osservano in soggetti nei quali l’apporto nutrizionale di antiossidanti è in qualche modo inadeguato,  in senso assoluto (carenza) o relativo (aumentato consumo), come si può osservare in seguito ad esposizione a fattori di rischio o malattie associate allo stress ossidativo.